lunedì 31 agosto 2009

INTERVISTA AD AGOSTINO FRAGAI SU L'UNITA'

«Giù le mani dalle primarie, Manciulli sia chiaro»

L'Unità, domenica 30/08/2009

«Stanno facendo il passo del gambero». Agostino Fragai, assessore regionale alla partecipazione e candidato della mozione Franceschini alla segreteria regionale, ce l'ha con i sostenitori della mozione Bersani che sulle primarie «stanno producendo un ritorno all’indietro inspiegabile». Fragai non nasconde che la questione “primarie” di fronte alla crisi che anche in Toscana sta producendo «seri problemi occupazionali e quindi sociali», potrebbe sembrare troppo “politichese”, ma «è dalla qualità della democrazia che poi dipende la vita vera delle persone» spiega.

Lei dice che i sostenitori della Bersani sono contro le primarie. Perché?
«Non lo dico io, lo dice la mozione Bersani che in caso di primarie di coalizione il Pd deve avere un solo candidato. Lo ha ribadito l’assessore Conti a l’Unità, lo sostiene Ventura. In Toscana vorrebbe dire fare una parodia delle primarie che fin qui abbiamo conosciuto e sperimentato con successo riducendo la distanza fera cittadini e politica. La crisi della democrazia non è mica risolta. Non si può tornare, come si dice in Toscana, “ai santi vecchi”».

E perché sosterrebbero questa tesi?
«Da una parte c’è un adeguamento alla proposta Bersani sulla forma partito. Proposta legittima ma per me non condivisibile. Dall’altra perché c’è una classe dirigente che ha considerato le primarie come una medicina amara. L’hanno presa, ora si sentono guariti e pensano di poterne fare a meno».

E non si può farne a meno?
«No. Le primarie sono una forma stabile di partecipazione democratica delle persone alla politica».

Per la successione a Martini circolano i nomi del vicepresidente Gelli (Franceschini) e degli assessori Rossi e Conti (Bersani). Pensa ci possano essere primarie di coalizione con un solo nome Pd?
«Ricorrere alla legge regionale sulle primarie e utilizzare soldi pubblici per vedere un nome del Pd sfidare, che so, un nome dei Verdi sarebbe errato. Se le primarie si fanno in modo serio ci sarà più di un candidato Pd».

C’è chi pensa che sarebbe sbagliato.
«Lo chieda ai fiorentini. Io penso che a Firenze alle primarie non abbiano preso un abbaglio, ma abbiamo scelto Renzi perché volevano rinnovare. In più in Toscana abbiamo una legge, unico caso in Europa. Rinunciarvi o svuotarla sarebbe un passo indietro rispetto a un processo politico e culturale che è alla base della nascita del Pd. Nè ci si può nascondersi dietro la scusa che tanto tutti sono d’accordo. Chi sono questi “tutti”? Sono un ristretto gruppo dirigente o sono, come penso io, tutti i cittadini?».

Anche il presidente Martini ritiene che se c’è intesa nel Pd delle primarie si possa fare a meno.
«Stimo molto Martini, ma sta sbagliando. Ma su questo vorrei una risposta dal segretario regionale».

Da Manciulli?
«Sì, vorrei sapere se la pensa come molti suoi sostenitori della Bersani che puntano a cambiare lo statuto del Pd toscano che su questo tema è assai più aperto, e non è un caso, di quello nazionale».

Più aperto in che senso?
«Lo statuto nazionale prevede che alle primarie di coalizione può presentarsi come candidato Pd chi abbia almeno il 35% dell’assemblea regionale. Quello toscano abbassa la soglia al 25% e prevede anche la possibilità di candidarsi a chi abbia il 10% degli iscritti. C’è qualcuno che vuole riscriverlo? Vorrei che mi dicessero di no. Perché altrimenti sarebbe l’esempio più lampante che l’autonomia del Pd toscano viene fagocitata dalla mozione Bersani».

E tuttavia illustri sostenitori della mozioni Franceschini in Toscana stanno con Manciulli, come se lo spiega?
«La mia candidatura non è un atto personale, ma politico e se Manciulli contribuisce a far sapere che in Toscana ci sono parecchi sostenitori della mozione Franceschini non posso che ringraziarlo. Anche perché dovrà essere coerente tra questo suo presentarsi come candidato trasversale e le spinte sempre più forti che invece la Bersani sta facendo sul Pd toscano e le sue innovazione. Noi da certe caratteristiche toscane come le primarie non vogliamo tornare indietro al di là di quello che pensano e dicono a Roma. E poi comunque l’ultima parola spetterà il 25 ottobre a migliaia di persone che liberamente decideranno chi votare».

venerdì 28 agosto 2009

Sto con Franceschini perche'...

di Stefano Antonelli, Circolo Pd Putignano, Sant'Ermete, Coltano, Ospedaletto

Sto con Franceschini perche'...

Lui e' stato l'unico a prendere in mano un partito che rischiava di scomparire soffocato nella culla

Lui ha dato finalmente quello che al partito mancava..una voce unica con la quale si mostrasse all'esterno e questo e' avvenuto almeno fino alle elezioni europee.

Lui mi da piu' fiducia verso quello che io immagino un nuovo partito riformista e aperto verso l'esterno,che sappia avere il coraggio di aprire le discussioni e le decisioni del partito anche a quelli che non sono solo iscritti ma che si sono mobilitati e si mobiliteranno per creare un paese piu' equo e giusto

Lui ha preso posizioni chiare e coraggiose e senza falsi giri di parole verso quello che Veronica Lario ha chiamato ciarpame

Lui mi da piu' fiducia per creare un partito che punti a vincere e a governare bene ..non piu' aggregazioni disomogenee che segano il ramo dove si e' seduti

Lui e' piu' legato a quella che e' la mia visione dell'Italia e di un partito riformista moderno europeo che questo paese deve avere contenuto nel discorso di Walter Veltroni al Lingotto

Lui e Fassino sono riusciti in quello dove tutti immaginavo non ci sarebbe stata soluzione...creare un nuovo gruppo politico nel parlamento europeo.Gli stesse giornalisti e critici che pensavano che il partito democratico si sarebbe dileguato sul dilemma su quale gruppo iscriversi al parlamento europeo si sono essi stessi
dileguati quando dovevano parlare del contrario.

Lui mi da piu' fiducia nella volonta' di incidere nel rinnovare la classe dirigente del Pd secondo logiche meritocratiche e non di appartenenza

Lui si merita di continuare il lavoro svolto fino ad ora supportato da un grande consenso delle primarie

mercoledì 26 agosto 2009

Perché Dario

di Maurizio Sereni, Esecutivo Comunale PD Pisa

Mai come adesso, in questa delicata fase di grave crisi economica mondiale, si rende necessario affermare una forma di governance politica più alta, che guardi in primo luogo, a costruire le opportunità di sviluppo per le prossime generazioni.

Nei periodi negativi, due sono i possibili atteggiamenti che una società e la classe politica che la governa decidono di adottare: il primo è quello della chiusura su se stessi, sui propri convincimenti, sulle proprie storie, sulla difesa dei propri recinti, con la conseguente difficoltà di cogliere le opportunità di ripresa quando queste, inevitabilmente, si presenteranno.

Il secondo, è quello di assumere responsabilmente una visione del futuro nella quale il confronto aperto, la gestione corretta e trasparente del “bene comune”, la partecipazione più forte e qualificata dei cittadini, la legalità diffusa e percepita, permettono di far crescere una cultura ed una coscienza civile più elevata per la stragrande maggioranza degli strati sociali, al fine di inserirsi a pieno titolo nella scia della ripresa economica con elementi accresciuti di stabilità e di forza.

La prima Convenzione del Partito Democratico si colloca in questo scenario; il 26 ottobre, qualunque sia il candidato delle tre mozioni in corsa che risulterà vincente, avrà l’onere e l’onore di guidare il più grande Partito d’opposizione europeo alla riconquista del governo dell’Italia, ma in ogni caso, dovrà fare i conti con la più importante delle missioni che questo Partito si è dato dall’atto della sua fondazione: portare democraticamente il Paese nel suo complesso (istituzioni, economia, informazione, sapere, diritti) verso il futuro, verso la modernità.

Sostenere la mozione di Dario Franceschini rappresenta, a mio modo di vedere, l’opportunità migliore per il futuro dell’Italia.
Elenco solo alcune delle sue proposte che mi trovano pienamente d’accordo:

- piena consapevolezza che la crescita ed il conseguente benessere di oggi, non deve più essere scaricato sulle spalle delle prossime generazioni.

- lucidità nella costruzione di un progetto alternativo di Paese rispetto alle destre, nella quale l’affermazione capillare di una serie di valori opposti a quelli imperanti è decisiva.

- l’ambizione e la necessità storica di porre l’Europa al centro delle politiche innovative di sviluppo del pianeta, attraverso l’azione del gruppo “Alleanza Progressista” nella quale è confluita la delegazione del PD alle recenti europee.

- diffusione delle pratiche di legalità in ogni sua dimensione.

- mercati economici con il massimo del libero accesso ma all’interno di un quadro di regole chiare ed inderogabili.

- modernizzazione degli apparati e dei servizi dello Stato.

- una sola Camera legislativa, un Senato federale espressione dei territori, dimezzamento del numero dei Parlamentari, riforma dei regolamenti parlamentari per garantire più azione di Governo e più riconoscimento del ruolo del Parlamento, riforma elettorale con le garanzie del bipolarismo, dell’alternanza, con l’elezione dei candidati attraverso collegi uninominali e senza liste bloccate.

- l’affermazione del concetto di uguaglianza, inteso come riequilibrio di situazioni molto sbilanciate che sono concausa dell’arretramento strutturale del sistema Italia ( i redditi da lavoro dipendente enormemente difformi da quelli da rendita finanziaria o manageriale, le opportunità di sviluppo del Sud rispetto al resto dei territori, il mercato del lavoro delle donne e la possibilità di studio e di accrescimento culturale dei giovani studenti rispetto agli standard medi europei).

- introduzione di un salario minimo per ogni tipo di lavoro.

- il concetto di Qualità e di Unicità (degli standard di vita, dei saperi, dell’informazione, dell’arte, energetica, enogastronomia ecc.) alla base di tutte le nostre produzioni, ribaltando lo status di omologazione culturale imposto dai media televisivi e dalle abitudini di 15 anni di berlusconismo.

- la Green Economy come reale e concreto motore di sviluppo economico, civico e culturale per il futuro, così come lo è stata la rivoluzione informatica negli anni ’80.

- garanzia di una gestione del Partito Democratico collegiale, ma con tutte le innovazioni politiche indispensabili ad un allargamento della base (certezza delle Primarie fra gli elettori come strumento di scelta di candidati per tutte le consultazioni elettorali e per gli organi dirigenti, consultazione fra gli iscritti su temi di grande interesse per incidere sulle scelte politiche del Partito, decisioni dei gruppi dirigenti discusse in profondità ma con un espressione di voto finale a maggioranza che determina la linea politica del Partito).

La fase congressuale, auspicata e richiesta da molti e da molto tempo, pur con tutte le difficoltà procedurali previste dallo Statuto, è una occasione impedibile (mi verrebbe da dire l’ultima occasione) per il PD di definire la linea politica di alternativa alla destra e le modalità di gestione dell’organizzazione. L’augurio e l’auspicio di Franceschini, per il quale chiunque sarà il Segretario Nazionale dovrà avere garantito il sostegno di tutti perché legittimamente vincitore di una competizione sana e leale, spero possa essere apprezzato e condiviso da tutti quelli che credono nella forza positiva di questo Partito Democratico.

giovedì 20 agosto 2009

10 motivi per cui appoggio la mozione Franceschini

di Antonio Mazzeo, Consigliere comunale di Pisa

Care amiche/i,
come avevo annunciato in privato ad alcuni di voi… ho riflettuto molto prima di decidere quale mozione sostenere. Ma dopo aver letto la proposta politica di Dario Franceschini (che già stimavo molto prima) non ho dubbi. Sosterrò la sua mozione e spero che tutti voi (che mi avete dato una mano in questi mesi) la sosterrete con me.
La scelta non è stata semplice (anche la mozione di Marino in alcuni punti mi intrigava) anche perché sin da subito ho capito che non erano in campo solo tre candidati diversi, ma tre candidati che hanno idee diverse su cosa deve essere il PD. E prima volevo capire come si ponevano i tre candidati di fronte a temi importanti come la forma del partito, la laicità, l’idea di economia, etc.

Ho scelto la mozione Franceschini perché (10 buoni motivi ma ce ne sarebbero altri):

- A differenza di quella di Bersani (almeno a livello superficiale, poi credo che anche per Bersani non sia così) non prevale un sentimento di nostalgia. Si ha voglia davvero di un partito plurale e non di un partito omogeneo dal punto di vista organizzativo, ma anche e soprattutto culturale e politico;

- Si ha voglia di costruire la casa comune dei riformisti, in un partito che valorizza storie e culture differenti (a volte anche troppo)… ma va oltre queste storie per delineare identità nuove ed originali;

- Crede nel valore delle primarie quale strumento fondativo del Partito Democratico. Con regole chiare e meglio definite che consentano di votare a chi è un elettore del PD, anche se non è iscritto. Un partito di militanti aperto agli elettori delle primarie con i circoli che non diventino solo uno strumento di conte congressuali;

- Si basa su 5 parole non scontate: fiducia, regole, uguaglianza, merito e qualità. Io ci aggiungerei anche una sesta parola: concretezza (la gente ne ha bisogno... cerca posizioni semplice ma chiare e concrete);

- Declina la parola merito (per sottrarsi alla retorica della meritocrazia) come la leva per superare molte delle ingiustizie sociali che opprimono la nostra società, per rimettere in moto la mobilità sociale. Merito non come competizione sfrenata ma come riconoscimento dei talenti, dell’impegno e del valore del lavoro. Il merito per rompere l’immobilismo che frena la crescita della nostra economia;

- Nei mesi in cui è stato segretario è riuscito a tenere fermo il timone del partito. Ha saputo parlare a lavoratori ed imprenditori, ha fatto una opposizione dura partendo dai principi fondativi del PD , ottimamente sintetizzati da Walter Veltroni;

- Se vincerà... lo farà senza sconfitti. Questo partito ha bisogno di crescere sia in numero che in contenuti. E la sconfitta di una parte non deve voler dire l’automatica eliminazione di un modo diverso di voler raggiungere i medesimi obiettivi;

- Ha posto al centro del suo programma la green economy intesa non solo come risposta, indifferibile, alla crisi climatica, o come fattore di riequilibrio geopolitico. Ma anche come il modo piu serio e lungimirante per affrontare la crisi economica, come fattore fattore strategico di innovazione, di nuova occupazione, in definitiva di sviluppo. Non ha caso la green economy è alla base del successo di Obama;

- Vuole un partito federale e aperto, plurale e laico. Una forza innovativa capace di leggere e governare il cambiamento;

- Non torneremo indietro, ad un centro–sinistra con il trattino, basato su una divisione dei compiti nel raccogliere consenso o nel rappresentare pezzi di società. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del PD.

In venti mesi abbiamo fatto tanto... ma non è bastato. Credo che da questo lavoro dobbiamo ripartire (anche dai nostri errori) per costruire il partito nuovo.
Un partito, e lo ripeto alla noia, che coltiva le diversità culturali al suo interno come una ricchezza, ma che cerca ed in poco tempo trova la sintesi.

Un abbraccio a tutti e spero di continuare insieme il percorso di innovazione nelle forme e nei metodi della politica
Antonio

venerdì 14 agosto 2009

Feriae Augusti




Buon Ferragosto a tutte/i e speriamo che quest'anno, tra Marina e Tirrenia, i pisani e i livornesi facciamo i bravi!

martedì 11 agosto 2009

La nostra Toscana - La candidatura di Agostino Fragai alla Segreteria regionale toscana


Premessa

Nessuno sa chi vincerà il prossimo congresso del Partito Democratico, in Italia come in Toscana, e questo è indice di un confronto vero, che si produce nel momento in cui a livello nazionale il nostro partito si trova all’opposizione di un governo di centrodestra che si sta dimostrando totalmente incapace di fare fronte alle questioni aperte nel paese.

Il congresso deve quindi essere in primo luogo visto come un’occasione di confronto all’interno del nostro partito, al fine di creare una forte e credibile alternativa politica, da proporre in vista delle prossime scadenze elettorali.

Prima delle elezioni molti osservatori, ma anche molti elettori, paventavano una separazione fra i due principali tronconi fondativi del partito. DS e Margherita, secondo questa lettura, sarebbero rifluiti, più deboli che mai, nei rispettivi alvei originari. Invece, la prima cosa che balza agli occhi di questo congresso è proprio “l’amalgama”, il disporsi di personalità di provenienza diversa o di nessuna provenienza a sostegno delle diverse candidature e proposte politiche.

L’unità del partito non è a rischio e la competizione più serena. Ragioni in più per guardare con rispetto a chi chiede tempo e proposte più definite prima di prendere posizione, a partire, ovviamente, da quanti vivono la politica unicamente come passione civile.
Allo stesso tempo, già dalla presentazione delle prime proposte congressuali, è possibile affermare che non siamo di fronte ad uno scontro personalistico, ma a diverse piattaforme politiche, ancorché non inconciliabili con la
tenuta del partito.

I primi mesi della segreteria Franceschini hanno dimostrato che è possibile un modo diverso e più unitario di presentarsi all’opinione pubblica da parte di chi ha le maggiori responsabilità di direzione politica. Merito di tutti, certo, ma non era scontato. I difetti di cui ha sofferto la fase nascente del PD a Roma hanno fatto sentire i loro effetti anche in Toscana. Poche e non sufficientemente incisive le occasioni di confronto sulle principali questioni di governo della regione e delle realtà locali, a fronte di un enorme spreco di energie dedicato alla tenuta di un assetto organizzativo abbastanza chiuso e sempre più incerto.

La fase che seguirà il congresso dovrà consolidare e rendere permanente, anche in Toscana, il rispetto di due comportamenti fondanti ogni seria organizzazione politica: esercizio del diritto di partecipare alla decisione politica e rispetto e sostegno alle decisioni democraticamente assunte. Entrambe le cose sono, del resto, richieste a gran voce dalla nostra base. Non si tratta di regole codificabili quanto di un nuovo costume da costruire, comunque capace di coniugarsi con il carattere pluralistico del PD.

1. La crisi, le riforme e le alleanze

I gravi problemi che il mondo intero sta attraversando rendono complessivamente più fragile il nostro paese e più precaria la condizione di vita di molte persone. Le risposte che ci vengono richieste sono al tempo stesso urgenti e
consistenti come non mai. In una simile situazione attardarsi con vecchie formule politiche, e con alleanze che più volte si sono dimostrate incapaci a fronteggiare condizioni generali meno gravi, equivarrebbe alla rinuncia a svolgere un ruolo nazionale.

E’ la difficoltà della nostra impresa: far crescere un forte partito riformista e improntato ad un principio di laicità, capace, cioè, di affrontare in modo innovativo i nodi del paese, mantenendo una piena autonomia di scelta e di azione rispetto alle posizioni assunte da un credo religioso o da un’ideologia, pur facendo salvi i valori che ciascuno di noi porta con sé.
Un partito, il PD, che deve essere protagonista di una vera riforma delle principali strutture del paese e riferimento delle forze innovative e vitali presenti in ogni componente sociale, mentre costruiamo un rapporto più
costruttivo con le forze politiche di opposizione, e in particolare con quelle disponibili a cooperare ad un nuovo progetto di governo.

Bisogna guardare avanti. Ogni nostalgia è superflua. Il passato ci dice solo cosa non dobbiamo mai più fare: alleanze contro, così eterogenee che inevitabilmente falliscono e deludono e per questo indeboliscono, insieme alle forze di centrosinistra, anche la nostra democrazia. Il nostro paese ha raggiunto con molti decenni di ritardo un aspetto bipolare del sistema politico, a formare il quale ha contribuito ulteriormente la nascita del Partito Democratico. Da qui non si può tornare indietro alla stagione dei governi balneari o alla politica del miglior offerente.

In Toscana stiamo da tempo sperimentando una vasta alleanza che grosso modo corrisponde alla vecchia unione. Vi sono motivi e scelte programmatiche alla nostre spalle che depongono per un giudizio non negativo dell’esperienza sin qui compiuta. Altre situazioni fanno invece emergere, e non parliamo del confronto sulla legge elettorale, la difficoltà a dispiegare una più fluida e incisiva azione di governo, in particolare nel campo dei servizi e dell’economia.
Anche questo tema si pone, quindi, al centro del nostro dibattito congressuale. Occorre affrontarlo con un occhio rivolto ai processi politici nazionali, ma con la ferma convinzione che proprio questo è uno dei terreni sui quali occorre esercitare pienamente l’autonomia regionale.

2. Il partito federato, la Toscana e la questione dell’“Italia di mezzo”

Questo congresso rappresenta un’ulteriore occasione, nel merito delle cose prima ancora che sulle candidature a segretario, per far pesare la nostra forza economica, sociale e politica all’interno delle scelte strategiche del paese.
Fra la questione meridionale e quella settentrionale non possiamo accontentarci di svolgere il ruolo di una realtà appagata, seduta nella contemplazione di un ambiente unico al mondo e tuttavia alle prese con l’esigenza di dare una scossa all’intero sistema.
Occorre dare più dinamismo alla società, all’economia e alle istituzioni, come giustamente recita il piano regionale di sviluppo.Le recenti elezioni hanno messo in rilievo forti situazioni di criticità, con una flessione forte del nostro consenso e una più accentuata diversificazione del voto fra europee e amministrative, e non sempre a favore di queste ultime.

I problemi ci sono, investono in primo luogo la struttura demografica, il fenomeno dei migranti e la particolarità del nostro tessuto produttivo di piccola impresa manifatturiera, e vanno affrontati con il necessario coraggio. I giovani
ruotano intorno ad improbabili occupazioni che finiscono per alimentare anche da noi il fenomeno dei cervelli in fuga o per frustrare molti di coloro che restano. Riforma dello stato sociale, dell’economia e delle istituzioni sono i tre pilastri intorno ai quali aprire la sfida con un centrodestra che oggi può vantare il governo di città come Prato.

E’ infatti dalla qualità e dal rilancio della nostra capacità di governo dei territori, e dal riconoscersi in questa capacità delle forze più moderne e dinamiche della Toscana, che in primo luogo si ricostruisce la credibilità
della proposta di governo dell’intero paese. In questa direzione molte sono le cose da fare, a cominciare da una forma più avanzata e più stringente di concertazione con le forze sociali, nella quale ciascun soggetto, a partire dalle istituzioni, si disponga ad operare effettivamente per realizzare con celerità quanto deciso.Con la conferenza programmatica regionale abbiamo delineato l’orizzonte.

Non riusciamo a sufficienza a far diventare le migliori idee effettive realizzazioni.
Il PD non riesce ad essere ancora compiutamente federalista, come non lo furono a sufficienza i partiti fondatori. Occorre domandarsi perché questo avviene, e indagare le ragioni profonde per le quali i vari territori talvolta con saperi, risultati collettivi di tutto rispetto e buoni dirigenti - non riescono a pesare sulle scelte del paese come dovrebbero. Una delle ragioni, non la sola, ma sicuramente fra le più importanti, è il carattere ancora troppo discendente della legittimazione.
Anche per questo consideriamo il ricorso alle elezioni primarie per la scelta dei candidati alle cariche elettive, monocratiche in particolare, una forma irrinunciabile di partecipazione dei nostri elettori. Un diritto acquisito e dal quale non si torna indietro.

La Toscana è, ad oggi, l’unica regione italiana ad avere una legge sulle primarie per la scelta del presidente della giunta e dei consiglieri regionali. Anche in ragione di ciò non si potrà che percorrere questa via. Una più puntuale
regolamentazione delle stesse primarie, esigenza condivisibile e resa evidente anche da recenti esperienze, va fatta nello spirito del consolidamento definitivo di questo strumento come elemento decisivo di un moderno partito.
Del resto la forma partito influisce moltissimo sulla qualità dei programmi e della stessa classe dirigente che mettiamo a disposizione per il governo del bene comune, spesso promuovendo nuove energie.

A diverse forme di organizzazione dei partiti corrispondono infatti risultati significativamente diversi. Non vi è contraddizione fra questa scelta e il rafforzamento della rete organizzativa dei circoli. Se si vuole pesare davvero occorre lavorare costantemente per un partito nazionale ma con salde radici fra la nostra gente e nei territori, dove le classi dirigenti siano selezionate (ecco l’importanza delle primarie!) sulla base della loro capacità di interpretazione della realtà, del consenso che sanno costruire fra i cittadini, anche, quando necessario, scontrandosi con una visione ancora troppo centralistica del partito e delle istituzioni.

Del resto si fa urgente affrontare gli effetti del “federalismo fiscale”. Il fatto che la Toscana abbia una buona situazione di spesa pubblica, specie quella sanitaria, ci pone nelle condizioni di essere interlocutori autorevoli del
governo centrale e delle altre regioni. Federalismo fiscale e ridefinizione delle politiche fiscali regionali, attraverso la fiscalità selettiva, diverranno questioni presto rilevanti sulle quali occorrono competenze di altissimo livello. Per adesso non abbiamo posto l’attenzione su questo tema, timorosi forse delle conseguenze che il federalismo fiscale pone oggettivamente sulle politiche di solidarietà.
Ma è tempo di uscire da questo recinto ideologico per assumere il tema del federalismo fiscale come tema vero del riformismo, in un dibattito che altrimenti sarà soltanto giocato nel perimetro del centro-destra.

3. Governo locale, partecipazione democratica e spirito civico

Sfiducia, disaffezione, distacco – sono queste le parole con cui oggi si descrive comunemente lo stato dei rapporti tra cittadini ed eletti, nonostante il contributo generoso e straordinario di centinaia di sindaci ed eletti.E in questo senso si è in effetti venuto aprendo il campo di ricerche e proposte interessanti per giungere a forme concrete di democrazia partecipativa e deliberativa diffusa: forme concrete sperimentabili in particolar modo attraverso il raccordo tra assemblee elettive regionali e locali e realtà associative e canali di consultazione e di coinvolgimento dei cittadini in trasparenti processi decisionali.
Non una datata contrapposizione ideologica, cioè, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, ma uno sforzo d’integrazione tra istituzioni, nell’esercizio delle loro funzioni e prerogative, ed espressioni di un più vasto moto di partecipazione democratica a tutti i livelli.

L’esigenza di suscitare la vicinanza e l’adesione, non passiva ma vigile e propulsiva, dei cittadini alle istituzioni democratiche, l’esigenza di evitare un fatale indebolimento di queste ultime per effetto di tendenze al distacco, alla
sfiducia, all’indifferenza da parte dei cittadini, appare complessa come non mai nell’attuale fase storica (…).
Ma se queste parole del Presidente della Repubblica, pronunciate anche in relazione alla esperienza della legge toscana sulla partecipazione, sono una analisi lucida e condivisibile della situazione, molto meno condivise sono le possibili risposte: certamente i partiti sono essenziali e devono fare la loro parte, innanzitutto rinnovandosi e aprendosi ad un più vitale rapporto con i cittadini e gli elettori; ma le caratteristiche della nostra società rendono oramai improbabile che i partiti, seppur riformati, possano recuperare lo stesso ruolo avuto in passato, che di fatto assegnava loro il monopolio pressoché esclusivo del governo della cosa pubblica.

Si impone la ricerca di nuove vie, di nuovi strumenti, di nuove forme e canali di partecipazione. Il terreno su cui oggi misurarsi è quello di costruire nuovi modelli di partecipazione democratica. Ricostruire un tessuto vivo di partecipazione democratica e di impegno civico costituisce oggi un compito decisivo, per cercare di rinnovare la nostra democrazia e, soprattutto, migliorarne e innalzarne la qualità: un modo, anche, per contrastare le preoccupanti tendenze oggi in atto a svuotarla, impoverirla, e ridurre i cittadini ad un ruolo passivo di spettatori.

La partecipazione dei cittadini non va vista contrapposta all’esigenza, largamente diffusa nell’opinione pubblica, di decisioni rapide ed efficaci. Noi riteniamo che la partecipazione dei cittadini sia essenziale per fare presto e bene.
Del resto la Toscana dispone di un patrimonio straordinario di associazioni di volontariato impegnate nei settori più vari, dal sostegno ai bisogni della persona, allo promozione dello sport per tutti, alla tutela ambientale, alla protezione civile, all'interno della quale lo spirito solidale e la professionalità dei tanti volontari sono emerse con forza anche di recente in occasione della tragedia di Viareggio. Siamo ormai di fronte ad un intreccio importante fra il
sistema pubblico e il no profit, che delinea nei fatti una forma avanzata di sussidiarietà "circolare".

4. Serenità, sicurezza, legalità

Dobbiamo rilanciare con forza la questione giovanile, mettendola al centro dell'agenda politica.La costruzione della comunità non richiede tanto nuove forme di organizzazione del lavoro istituzionale, ma capacità di coinvolgimento di attori sia all'interno che all'esterno delle istituzioni.
Il vero tema sono le forme di coinvolgimento, le reti di relazioni che vengono create per l'individuazione dei problemi da affrontare. Su questo livello, un posto di prim'ordine lo hanno e lo devono avere i giovani. E' necessario promuovere processi dove questi possano davvero essere i protagonisti attivi delle politiche che li riguardano. Per questo consideriamo molto interessante l'dea dei giovani democratici Toscani, espressa recentemente nel loro appuntamento di Montecatini, di promuovere una specifica legge regionale.

Di fondo, la dimensione auspicata è la responsabilità condivisa per il bene comune. La convinzione che la società, i luoghi, i contesti, la dimensione di prossimità che ognuno vive abbiano nella riaffermazione del “mi riguarda” il centro della riflessione vera di oggi.
Un "mi riguarda" che occorre praticare anche quando si parla dei migranti, persone in carne e ossa e non una pratica amministrativa o addirittura una questione penale. Affermare con nettezza il pieno rispetto della dignità umana però non è sufficiente. Occorre essere noi a dare all'opinione pubblica una risposta credibile e rassicurante di governo del fenomeno. Innanzitutto occorre promuovere una buona immigrazione e governare gli effetti economici, sociali e civili che
l'impatto di tale cambiamento generano nella nostra società, nell'ambito di una visione del futuro caratterizzato da coesione e pluralità ed in tale contesto garantire sicurezza per tutti i cittadini.

C'è infatti una domanda reale di sicurezza che emerge dalle nostre comunità e a cui le istituzioni non possono sottrarsi. Le regole devono essere rispettate da tutti. L’accoglienza deve essere fatta di generosità ed inclusione, ma prima di tutto di rispetto delle regole e delle leggi.
Il presupposto è che città più vivibili e più vive sono città più sicure e per questo dovremo lavorare ad un progetto di riqualificazione urbana. Allo stesso tempo, è necessario rafforzare i mezzi a disposizione delle forze di polizia, unici soggetti competenti per i servizi di controllo del territorio e addestrati a rispondere al meglio alle sfide avanzate da forme anche inedite di criminalità e devianza.

Accanto alla sicurezza è poi necessario promuovere al massimo la cultura delle regole, individuando i necessari strumenti a tutela dei cittadini, delle famiglie, delle imprese. Questo significa promozione della cultura della
legalità
, in particolare tra i giovani e in tutte le scuole, rafforzamento degli strumenti che possano assicurare maggiore trasparenza e certezza del diritto nel mondo dell'economia e nei rapporti di lavoro, individuazione degli strumenti a favore di imprese e di famiglie per prevenire fenomeni di usura, con programmi per un accesso più agevolato al credito.

5. Favorire lo sviluppo, sostenere l’ambiente.

Mai come oggi la battaglia per l’ambiente, il clima e l’energia si intreccia con l’economia. Mai come oggi c’è un nesso tra ambiente e sviluppo. In questo senso, le proposte del presidente degli Usa, Barak Obama e dei leader dei più importanti paesi europei hanno chiuso una visione novecentesca del problema.

L’ambiente non è solo emozione, ma rappresenta l’economia del futuro. La Toscana cresce meno negli ultimi anni e ha meno fiducia di prima. Occorre lavorare su questi dati, individuando poche linee di intervento di politica economica che caratterizzino il lavoro del governo regionale. Scelte semplici e concrete, meno documenti e più decisioni precise. Tempi più rapidi per le procedure.

Le scelte compiute contro la rendita e a vantaggio dei settori competitivi, la promozione di mercati aperti a partire da quelli legati alla pubblica amministrazione, il sostegno alla ricerca ed innovazione delle imprese e
non delle burocrazie, sono scelte già intraprese che vanno mantenute. Dobbiamo innovare l’idea dei distretti, capire meglio dove sono le eccellenze della Toscana, dobbiamo darci la priorità di attrarre investitori, studenti, talenti.

Crescere in Toscana vuol dire rafforzare e attrarre imprese, favorire l’impresa creativa giovanile, promuovere la Toscana come terra in cui è possibile vivere bene: per questo occorre una buona burocrazia, buone infrastrutture, una buona scuola, buoni servizi. Amministrare bene e non avere fenomeni di illegalità diffusi, com’è avvenuto sino ad oggi, non basta più.

Un limite delle nostre politiche regionali è stato il localismo. Dobbiamo assumere la decisione che la dimensione regionale è quella “minima” nel mercato globale.
Siamo una regione “piccola”, abbiamo aree metropolitane, porti ed aeroporti “piccoli”. Dobbiamo fare sistema e alcune scelte sono alla nostra portata: integrazione di porti ed aeroporti, una sola azienda di servizi pubblici, sanità di area vasta, una forte integrazione fra gli atenei. Queste sono le politiche regionali di domani che devono essere perseguite con “forza politica regionale”.E’ allora il momento, come la giunta regionale ha efficacemente iniziato a fare per affrontare la crisi, di mettere in campo forti politiche pubbliche e di incentivi, di utilizzare in pieno tutti i fondi disponibili: europei, nazionali, regionali, degli enti locali, le risorse del nostro sistema del credito e delle imprese per lanciare la nostra economia nel futuro, mettendo al centro i temi dell’ambiente e della qualità della nostra vita: infrastrutture e territorio, trasporti ferroviari, nuove energie, gestione dei rifiuti, cantieri della prevenzione, tutela del paesaggio, filiera agroalimentare, biodiversità.

Guardando al mercato delle tecnologie ambientali, alla cura delle nostre città uniche al mondo, alla manutenzione del nostro territorio, alle produzioni di qualità, alla valorizzazione di un patrimonio storico e culturale di eccellenza e di una natura che sono la nostra unicità e le sole cose che nessuno può clonare o delocalizzare.

L’urgenza dei problemi richiede la forza di rompere le inerzie e spingere verso le innovazioni e le trasformazioni per tradurre i problemi in opportunità. Abbiamo bisogno di realizzare opere e infrastrutture necessarie alla sostenibilità, e vere rivoluzioni in diversi settori - come i trasporti o i rifiuti - per evitare emergenze e rischi.
Abbiamo l’opportunità di mettere in campo il meglio delle idee, delle progettazioni e della capacità realizzativa. Un’economia a bassa emissione di CO2 è la sfida che possiamo vincere creando lavoro e liberandoci dalla dipendenza delle fonti fossili.

Ma la strada non può essere quella dell'energia nucleare, a cui il nostro paese ricorre quando tutti i paesi più avanzati, a cominciare dagli Stati Uniti, già percorrono con forti investimenti la via delle energie rinnovabili.
Noi siamo contrari comunque, ed é bene che il governo lo sappia, alla costruzione di centrali nucleari nel nostro territorio.

6. Una nuova cultura dei lavori

In tema di mondo del lavoro appare necessario portare avanti una battaglia riformista per restituire al diritto al lavoro il suo carattere universale. Ciò implica un’operazione da compiere su più fronti, aventi come denominatore comune l’obiettivo di dare piena dignità e maggiori certezze a tutti i lavoratori.
Una prospettiva, questa, che deve passare dall’eliminazione del dualismo presente oggi tra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato delle imprese medio-grandi e del pubblico impiego e i lavoratori delle piccole imprese, degli autonomi, dei lavoratori parasubordinati e delle collaborazioni a progetto (compresi i lavoratori interinali, con contratto part time non volontario o a tempo determinato).
Si tratta di un dualismo che si traduce in una rigida e ingiusta separazione tra più protetti e meno protetti, come drammaticamente si sta verificando con l’attuale crisi economica, che pure ha fatto troppi danni anche a carico dei primi.

Ciò implica l’attuazione di una serie di riforme - dal sistema contrattuale a quello degli ammortizzatori sociali - che cancellino ogni forma di discriminazione tra i lavoratori e assicurino le medesime tutele contro il rischio della
disoccupazione e forniscano analogo sostegno nella riqualificazione e ricerca di un nuovo lavoro.
Un’attenzione particolare dovrebbe, poi, essere rivolta alle donne, al fine di aumentare il tasso di occupazione femminile, investendo in primo luogo nei servizi alla famiglia.Oltre a queste misure è poi necessario adoperarsi in maniera prioritaria per la messa in opera di tutte le azioni (dagli strumenti legislativi alla formazione) utili a garantire in ogni modo l’incolumità dei lavoratori. Non è infatti più tollerabile un livello così alto di infortuni e di morti sul lavoro. A questo riguardo non possiamo dimenticare che una parte non irrilevante (circa un quarto) degli infortuni mortali avviene non sul luogo di lavoro ma sulla strada, fenomeno che necessita di risposte specifiche, diverse da quelle di cui comunemente si parla.

Il Partito Democratico, mentre guarda ai lavoratori, si pone anche l’obiettivo di rappresentare il mondo dell’imprenditoria, superando in questo modo una visione di contrapposizione fra mondo del lavoro e mondo delle imprese che oggi ha perso di significato, tanto più in un contesto di crisi economica e in un territorio in cui è rilevante la presenza di piccole imprese a conduzione familiare. Crediamo, pertanto, fermamente nella concertazione fra datori di lavoro e dipendenti, con l’aiuto ed il sostegno delle istituzioni, nella convinzione che questo metodo sia l’unico in grado di apportare importanti benefici in termini di crescita produttiva e di qualità della stessa.

Occorre poi guardare con maggiore attenzione ai professionisti, sempre più numerosi anche in Toscana, attori importanti per lo sviluppo economico e sociale. Aiutarli a crescere è pertanto un passo obbligato per modernizzare il paese, favorire la competitività economica e stimolare la mobilità sociale, oltre che per garantire cittadini e imprese, che sono i destinatari dei servizi prestati dai professionisti. Da qui nasce la legge della regione di sostegno all’innovazione delle attività professionali intellettuali: una novità anche alla luce del fatto che essa va a colmare un vuoto normativo esistente a livello nazionale, ma anche e soprattutto una opportunità per tanti ragazze a ragazzi, in particolare figli di impiegati ed operai, di poter accedere al credito senza dover esibire garanzie, se non la loro voglia di mettersi in gioco.

7. Un welfare nuovo per una società nuova

Le politiche concepite a favore della crescita devono essere accompagnate dalla riforma del welfare, con l’obiettivo di migliorare la sanità toscana, anche se il punto di partenza è già qualificato, e costruire un sistema di
welfare moderno, che ponga al centro la persona.

Anche per questo serve il federalismo fiscale.Il welfare passa anche dalla scuola, che è il principale strumento per riattivare la mobilità sociale, ancora molto
bassa nel nostro paese. Se la famiglia e la scuola sono le principale agenzie formative, è la seconda che deve essere organizzata con l’obiettivo di riequilibrare la disuguaglianza di opportunità esistente per ciascun bambino.

Una scuola pubblica che funzionasse da mero certificatore delle rispettive posizioni di ingresso degli studenti, avrebbe fallito il suo compito. Oltre a ciò occorre tenere presente che la scuola italiana non riesce a raggiungere alti
standard di apprendimento, o, quantomeno, li realizza in modo molto difforme a seconda del grado di istruzione e dell’area geografica del paese (basti pensare, in merito, alle indagini comparatistiche con gli altri paesi europei). Da tutto questo emerge la necessità di una svolta per la nostra scuola pubblica. Una svolta, un cambiamento, che siano realizzati tenendo presenti tre principi fondamentali: autonomia, merito, responsabilità.
Autonomia degli istituti scolastici, per la libertà dei percorsi culturali e l’apertura al territorio e per l’autonomia di gestione del bilancio.
Merito di tutti i protagonisti della scuola: studenti, docenti, dirigenti.
E conseguente responsabilità di tutti gli attori.
La scuola ha però anche bisogno di stabilità, e per questo occorre mettere in condizione di certezza i docenti e tutti gli operatori. Non è con una politica di tagli indiscriminati che si raggiungono gli obiettivi sopra descritti.

Insieme all’istruzione, quello della formazione è un argomento sempre più centrale nella nostra vita e inestricabilmente legato non soltanto al tema della formazione del cittadino, ma anche a quello della competitività. Per questo motivo è necessario puntare alla sempre maggiore realizzazione di interventi integrati, che prevedano fin dalla fase della progettazione l'individuazione di partenariati solidi dei quali facciano parte sia il mondo della formazione che quello delle imprese ed una programmazione sul lungo termine che consenta la definizione di un sistema formativo organizzato che non si limiti ad interventi spot. Elementi, questi, utili ad affrontare le nuove sfide poste dalla globalizzazione.

Lo stato sociale deve adeguarsi alla modifica del sistema produttivo e del mercato del lavoro. Deve diventare uno strumento moderno che accompagna la persona dalla scuola alla pensione, basato sulla formazione continua e su strumenti che consentano di gestire i sempre più probabili cambiamenti sia di tipo di lavoro che di luogo di lavoro. E’ lo strumento che deve “rassicurare” le persone, in particolar modo i giovani, rispetto ad un futuro in cui innovazione e mobilità sono percepiti come rischi più che come personali percorsi professionali.
In questo quadro vanno collocati prima di tutto gli strumenti di sostegno al lavoro femminile, i meccanismi di ingresso al lavoro dei giovani, gli ammortizzatori sociali di nuova generazione, le politiche pensionistiche integrative a sostegno di quelle pubbliche, di valorizzazione della professionalità delle persone lavorativamente più anziane, il sostegno alle famiglie con persone non autosufficienti.
Argomenti solo in parte declinabili su scala regionale, ma per i quali va fatto il possibile, soprattutto per mantenere alta l’attenzione sui bisogni della non autosufficienza e della formazione.

8. Istituzioni al passo con i tempi

Le istituzioni locali devono sapersi adeguare ai mutati scenari sociali ed economici di livello nazionale, europeo e mondiale, in modo tale da scongiurare il rischio di diventare un freno allo sviluppo economico e civile della società.
Una trasformazione che comporta la capacità di gestire processi che non si esauriscono solamente a livello locale e che richiedono pertanto una visione ed una capacità decisionale sovraordinata allo stretto ambito comunale o povinciale.

Inovazione istituzionale vuol dire molte cose. In primo luogo significa un deciso programma di semplificazione legislativa e amministrativa. Significa, inoltre, rafforzamento delle politiche e delle relazioni istituzionali all'interno delle aree vaste della Toscana, come scala necessaria delle politiche pubbliche. Decisivo sarà poi il modello di Città Metropolitana che decideremo di istituire nell'area Firenze Prato Pistoia, un aggregato urbano sociale ed economico che richiede sempre più interventi unitari.
Per questo è giusto che venga posta in discussione all'interno del principale partito della regione la possibilità stessa di andare al superamento graduale delle tre province interessate, per dare vita ad una vera città metropolitana di dimensione europea.

L’innovazione tocca altri soggetti istituzionali, quali i Comuni e le Comunità montane.In quest’ambito, si tratta di rafforzare le politiche a favore delle gestione associate e delle unioni di comuni, per unire ciò che è frammentato.
L’innovazione deve anche trovare realizzazione nelle politiche per la modernizzazione del sistema dei servizipubblici locali e in quelle relative ai rapporti con gli attori istituzionali ed economici della nostra regione.

Sul primo terreno si tratta di modernizzare il sistema toscano (in questa materia è stato svolto un importante lavoro di progettazione legislativa che ha portato all’elaborazione e all’approvazione, da parte della giunta regionale, di una proposta di legge organica) rendendo praticabile una riforma di cui già si è individuata con chiarezza l’esigenza e l’urgenza.
In questo campo, contrapposizioni, anche legittime, tra punti di vista e interessi diversi, irrigidimento di alcuni importanti protagonisti economici su aspetti di merito, cessazione anticipata del governo Prodi con riflessi significativi sulle posizioni di alcune forze politiche: tutto ciò ha, di fatto, riportato indietro il dibattito.

E, tuttavia, l’iter di questi anni ha tracciato una strada, ha favorito che alcune soluzioni emergessero, promosso la consapevolezza che al centro della discussione sui servizi pubblici locali ci sono i cittadini, ai quali occorre garantire servizi di qualità a costi i più contenuti possibile, nel rispetto dell’ambiente e della limitatezza delle risorse naturali.
Cittadini di oggi, ma anche e ancor più di domani, ai quali non possiamo lasciare impianti obsoleti e minori risorse ambientali, ma ai quali sarebbe auspicabile lasciare in eredità un sistema di servizi più efficiente, in grado di
competere sul piano europeo, oggetto di controllo da parte degli stessi utenti e di una valutazione comparata. Tutto ciò per ragioni di evidente necessità ma anche per un atto di giustizia sociale.

La Regione deve essere percepita da cittadini ed imprese nella sua utilità, quindi al “servizio” della società. Occorre accelerare il piano di ristrutturazione della macchina regionale in modo che promuova competenza e qualità e riduca le sacche di inefficienza. Anche su questo ci può aiutare il federalismo fiscale. Ma soprattutto occorre continuare la vastissima operazione di semplificazione: meno leggi, meno piani, meno patti, meno procedure. Occorre, un sistema che “elimini” tutte le norme inutili, le sovrapposizioni, le procedure che fanno solo perdere tempo e non producono alcun beneficio.

9. Una regione ricca di arte e storia, terra di libertà e opportunità

La Toscana è terra di cultura per eccellenza ed è pertanto compito di tutti, dalle istituzioni, alle forze politiche, ai cittadini singoli o associati, valorizzare un patrimonio unico al mondo. Cultura, però, non deve significare una conservazione gelosa delle proprie ricchezze, ma, al contrario, essa deve assumere un aspetto dinamico, moderno, usufruibile, aperto a tutti.
Per questo motivo è necessario favorire i progetti innovativi, capaci di attrarre le persone e di favorire una crescita complessiva del bagaglio culturale dei
cittadini toscani, oltre che di richiamare un turismo qualificato.
È necessario aumentare le spese per la cultura, magari concentrando maggiormente i tanti centri di spesa, razionalizzandole, però, allo stesso tempo, a favore delle iniziative di maggior valore.
Sempre nell’ottica dell’innovazione, inoltre, non dobbiamo temere operazioni ardite, che comportino una deviazione dalle tradizioni consolidate. La cultura, infatti, è qualcosa di dinamico: altri paesi europei lo hanno capito meglio
di noi, riuscendo a valorizzare patrimoni decisamente inferiori al nostro.
La Toscana è, per le sue bellezze paesaggistiche e culturali, meta principale del turismo italiano e mondiale. Il turismo deve essere pertanto trattato come fonte primaria, anche se certo non l’unica, dello sviluppo economico della nostra regione. Sarebbe però sbagliato illudersi di poter vivere di rendita.

Anche in questo campo è pertanto necessario favorire l’innovazione, che passa in primo luogo da una maggiore integrazione dei servizi offerti (ambientale, gastronomico, culturale ecc.) e dalla presenza di strutture di accoglienza all’altezza delle aspettative di un turismo sempre più esigente.

10. La Toscana ambasciatrice di pace nel mondo

Nella nostra regione è presente un tessuto associativo molto forte, composto da tanti volontari che prestano il loro tempo e le loro energie in progetti di cooperazione internazionale.
Allo stesso tempo la Regione e molti enti locali toscani hanno nei loro programmi il sostegno alle popolazioni più disagiate del mondo.

Il PD, che è nato dall’incontro di culture fortemente ispirate alla solidarietà e ai principi della pacifica convivenza fra i popoli, sostiene con convinzione queste esperienze, con l’idea che anche grazie alla cooperazione, che non deve
essere fine a se stessa, si possa sviluppare una politica di pace. Il nostro obiettivo pertanto deve essere quello di sviluppare politiche che non si limitino ad asserire un generico invito alla non violenza e al multilateralismo, ma che diano un contributo in termini costruttivi al raggiungimento degli obiettivi che ci prefissiamo in termini di pace, di affermazione dei diritti e di sviluppo.

E per fare questo dobbiamo rivolgerci direttamente alle comunità locali, rispettandone l’autonomia e le peculiarità, impegnandoci in una cooperazione che si realizzi nell’assistenza sanitaria, nella realizzazione di progetti infrastrutturali, nella formazione professionale e nell’educazione, nel sostegno a questi paesi in operazioni di ammodernamento delle istituzioni e di realizzazione di una democrazia compiuta.

lunedì 10 agosto 2009

Pubblichiamo la lettera scritta al Tirreno il 3 agosto scorso da Angelo Coniglio, presidente della C.N.A. Pensionati e sostenitore della mozione Franceschini:

Penso che l'Italia ha un bisogno impellente: essere liberata dal "berlusconismo" come fatto culturale. La politica deve essere una cosa seria per affrontare e risolvere i problemi della stragrande maggioranza del popolo italiano.
Le cinque parole chiave proposte dalla mozione Franceschini (fiducia, regole, uguaglianza, merito e qualità) sono sufficienti per aprire una fase nuova e per costruire una vera alternativa al centro destra. Chi afferma che siamo tutti uguali non vuole il cambiamento reale e cioè più partecipazione, più democrazia e più trasparenza; elementi indispensabili per un modo diverso di governare.
L'Italia ha bisogno di un progetto di sviluppo nazionale senza campanilismi per bloccare l'emigrazione dal Sud al Nord e per consentire una pacifica convivenza tra le Regioni. Gli enti locali possono dare un notevole contributo se gestiti con porte e finestre aperte per tenere fuori dalla vita degli Enti Locali fenomeni di corruzione e di mafia.
Con la proposta della seconda mozione noi possiamo pensare ad una Italia nuova e diversa. Fondamentale resta il programma che sarà definito dal I° congressso del Partito Democratico. Con la capacità di tutti noi nel definire un programma di reale alternativa e con l'impegno di tutti noi ad essere nei comportamenti diversi per moralizzare questa società ritengo che col segretario Dario Franceschini andremo lontano e saranno in molti a guardare al PD come strumento necessario per vivere meglio.
Franceschini ha già dimostrato di essere un segretario all'altezza del momento politico che viviamo. Evidentemente da solo non può affrontare tutti i problemi ma insieme costruiremo un partito vero e solido, ramificato su tutto il territorio nazionale.
Da parte mia la massima collaborazione ed il massimo impegno per avviare una pagina nuova in questa Italia.

Angelo Coniglio, Presidente C.N.A. - Pensionati
Pisa, 3/8/2009

mercoledì 5 agosto 2009

Documento a sostegno della mozione Franceschini e per Agostino Fragai segretario regionale.

Il percorso che ci porterà alle primarie di ottobre per l'elezione del segretario nazionale è una grande occasione per rafforzare ed estendere i legami che il Partito Democratico ha stabilito con i cittadini e per contribuire a diffondere una nuova fiducia nella politica e nell’impegno civile.
Intorno all’idea di partito dell’attuale segretario Dario Franceschini e alla candidatura a segretario regionale di Agostino Fragai si sta riunendo in questi giorni in Toscana e in special modo nella provincia di Pisa un vasto movimento di adesione: persone che provengono da storie politiche e personali molto diverse ma che condividono la stessa visione di un Partito Democratico aperto, riformista, laico e partecipato.
Pur rispettando le idee che sono alla base del progetto politico degli altri candidati alla segreteria nazionale e regionale, crediamo che sostenendo Franceschini e Fragai si possa proseguire nel modo migliore il percorso di costruzione di un grande partito riformista iniziato con le primarie del 14 ottobre 2007.

La proposta di Dario Franceschini si basa su cinque parole chiave:

* Fiducia, per contrastare il senso di paura che il centrodestra cavalca quotidianamente e per proporre un nuovo modello riformista alla società italiana.
* Regole, per stabilire diritti ma anche doveri e responsabilità, garantendo il principio della legalità e della giustizia, contrastando l’evasione fiscale, battendosi con forza contro tutte le mafie.
* Uguaglianza, per dare pari opportunità a tutti i cittadini italiani, vecchi e nuovi, per garantire lo sviluppo del Mezzogiorno, il futuro dei giovani, i diritti delle donne, la tutela dei nuovi poveri, il rispetto delle nuove culture e di tutte le diversità.
* Merito, per riconoscere il talento e il valore, rompere l’immobilismo della società italiana e dare risposte reali e non burocratiche alle esigenze di rinnovamento della scuola, della funzione pubblica, della politica stessa.
* Qualità, per tutelare l’eccellenza produttiva italiana, per rilanciare la ricerca, l’innovazione e la cultura, per costruire una nuova presenza etica e sostenibile nei cicli di sviluppo investendo sull’ambiente e sull’economia verde, per reagire alla crisi mondiale rafforzando un’idea di welfare society.

È partendo da questi valori che vogliamo costruire un partito moderno, aperto, capace di interessare e rappresentare quella gran parte della società che chiede di partecipare, ma che fino ad oggi anche noi non abbiamo saputo coinvolgere se non in occasione delle consultazioni primarie.

Vogliamo un PD strutturato, federale, radicato nel territorio, che sa far tesoro della passione di ogni suo sostenitore ma anche allargare lo spazio decisionale agli elettori. Per questo crediamo che le primarie, quelle in cui diversi candidati si confrontano apertamente e senza soluzioni scontate, siano un’occasione fondamentale di confronto, che definisce l’essenza stessa di un vero partito democratico.

Vogliamo costruire finalmente un partito che non parli solo a sé stesso, che riesca a valorizzare i talenti attraverso una formazione politica che appassioni e coinvolga le donne e gli uomini migliori della nostra società.

Soltanto abbandonando l’idea di un partito chiuso e incapace di dialogare con i propri elettori potremo fare in modo che la politica diventi davvero un bene condiviso e non una proprietà di pochi, una responsabilità individuale e non uno spettacolo da osservare disillusi dall’esterno.

Solo così potremo evitare che nei prossimi anni crescano di numero le amministrazioni dove il centrosinistra perde la maggioranza e dove la società civile, per trovare spazio e rappresentanza, inventa liste civiche e forme di partecipazione localistiche e senza respiro.

Solo rispettando davvero i valori della partecipazione e della coerenza potremo proporre un vero piano riformista per il governo degli enti locali ed un sistema di alleanze non solo per vincere, ma realmente in grado di governare.

Sosteniamo la candidatura di Franceschini e Fragai anche per questo, per far sì che a Pisa e in tutta la Toscana cittadini di ogni età e di ogni provenienza sociale e culturale si sentano liberi di contribuire allo sviluppo del territorio in cui vivono e del partito a cui sentono di appartenere. Siamo convinti che solo dal confronto, dal pluralismo delle posizioni e da un dibattito aperto, a cui partecipino tutte quelle voci ed esperienze che rappresentano la più grande risorsa di questo partito, possa venire il contributo più importante ed efficace per il successo del progetto del PD.

domenica 2 agosto 2009


CINQUE PAROLE - Il manifesto di Dario Franceschini


E' stato detto che il populista pensa alle prossime elezioni, il riformista alle prossime generazioni. Ecco. La destra italiana pensa sempre e solo alle prossime elezioni. Noi democratici pensiamo prima di tutto alle prossime generazioni. Qui si apre lo spazio per un nuovo riformismo.

Un riformismo che abbia il coraggio di sfidare le destre non rincorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli economici e sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori alternativa e proiettata sul futuro.

Abbiamo bisogno di riforme che correggano le gravi distorsioni nella distribuzione del reddito e del mercato del lavoro, che rilancino la mobilità sociale; riforme per valorizzare un capitale umano e sociale che si sta impoverendo; scelte di politica industriale che sostengano l’innovazione e la ricerca, che sono beni pubblici e non solo requisiti di mercato.

Queste sono le sfide che noi vogliamo raccogliere: a differenza della destra, vogliamo dire con forza che noi crediamo che dalla crisi possa uscire un'Italia migliore, non quella di prima. Un'Italia che proprio attraversando le difficoltà riscopre i valori fondanti della solidarietà, delle comunità locali, dell'essere una nazione. Che recupera il senso di una grande missione collettiva in cui i talenti di ognuno sono a disposizione non solo di se stessi ma del proprio Paese. Il Partito democratico è una grande forza che crede nel futuro. Che crede nelle riforme come chiave per il cambiamento di cui l'Italia ha bisogno da anni per uscire dalla stagnazione e dall'immobilismo. Vogliamo ricostruire un'identità del nostro campo, quello dei democratici, e farci capire dagli italiani con parole chiare.

Parole che raccontino il nostro essere riformisti.

La prima è fiducia.

Fiducia è la risposta alla paura che la destra alimenta e cavalca parlando di sicurezza. Paura della crisi, paura di perdere il lavoro, dell'immigrato, della criminalità, della povertà, della solitudine. Paura per il futuro del mondo e per i nostri figli che dovranno viverci. Contro queste paure la fiducia è la strada che vogliamo intraprendere per uscire dalla crisi con un’Italia più forte e moderna.

Tutte le nostre politiche, tutte le nostre proposte concrete devono essere costruite attorno a questo messaggio positivo.

Dalle misure per proteggere i lavoratori e i cittadini dalla crisi, alle riforme economiche necessarie a dare prospettive a famiglie e imprese. Fino alle riforme istituzionali che ridiano fiducia ai cittadini in uno Stato e in una politica che debbono essere basati sulla trasparenza e sull'efficienza.

La seconda parola è regole.

Noi vogliamo buone regole che oltre a sancire diritti, stabiliscano doveri e responsabilità, garantiscano la sicurezza collettiva e fondino la convivenza di comunità aperte, capaci di integrazione e di vera solidarietà.

Di regole ha bisogno l'economia perché la loro assenza è la causa principale della destabilizzazione dei mercati finanziari e degli squilibri nell'economia reale.

E proprio all'economia e alle imprese servono regole semplici e stabili che garantiscano il corretto svolgersi della concorrenza, che rompano i conflitti di interessi che in Italia sono diventati silenziosamente accettati, come fossero normali, che rendano più semplice ed efficiente il rapporto tra istituzioni e cittadini.

Perché un sistema pubblico funzionante è necessario per attuare le riforme, e per garantire la effettiva fruizione dei diritti dei cittadini, dalla giustizia all’istruzione, ai servizi pubblici.

Lo stesso patto di lealtà fiscale ha come necessario presupposto che il cittadino sappia che i suoi soldi non vadano a finanziare spreco e inefficienza.

La terza parola appartiene al vocabolario storico del campo progressista, ed è uguaglianza.

Uguaglianza non come appiattimento delle differenze ma come valorizzazione delle diverse capacità delle persone, come uguaglianza delle opportunità, da sostenere non solo nelle condizioni di partenza ma nel corso della vita di ciascuno.

L'Italia ha purtroppo un primato negativo: ha visto crescere le diseguaglianze tra i redditi, ha visto aumentare le distanze tra pezzi del suo territorio, tra Nord e Sud. Vede consolidarsi la diseguaglianza tra i generi in una condizione che penalizza la libertà delle donne, i loro diritti, la loro rappresentanza anche nella politica.

Nell’Italia di oggi parlare di uguaglianza significa denunciare un blocco dell'ascensore sociale che ostacola la possibilità delle persone di sviluppare le proprie capacità. Sono queste le diseguaglianze che sottraggono ai nostri giovani le aspettative dei coetanei di altri paesi europei, che impediscono al figlio dell'operaio di avere le stesse opportunità nella sua vita del figlio del notaio.

Noi vogliamo cambiare questo destino che la destra ritiene inevitabile.

Vogliamo invertire la tendenza partendo da proposte immediate, da politiche attive che rimettano al centro della politica il grande tema della dignità del lavoro in tutte le sue forme, di un nuovo welfare, di investimenti in formazione, ricerca, infrastrutture, per colmare il divario con le aree svantaggiate del Paese. E anche investimenti per vincere la battaglia della legalità che è una grande questione nazionale.

La quarta parola è merito.

Per sottrarsi alla retorica della meritocrazia occorre che il merito divenga la chiave della vita sociale e sia concepito come la leva fondamentale per superare molte delle ingiustizie sociali che opprimono la nostra società, per rimettere in moto la mobilità sociale.

Merito per noi significa riconoscere e valorizzare le capacità delle persone, significa avere la speranza di migliorare la propria vita e quella dei propri figli.

Merito non vuol dire competizione sfrenata ma riconoscimento dei talenti, dell'impegno, del valore del lavoro.

Oggi la società italiana è prevalentemente organizzata su sistemi di cooptazione basati su relazioni familiari, professionali, politiche, sindacali, associative o di altro genere.

Relazioni che condizionano l'accesso a carriere pubbliche e private, alle professioni come allo svolgimento di attività di impresa in una serie di settori protetti da potenti barriere.

La nostra battaglia deve rompere questo immobilismo, settore per settore, pubblico e privato.
Deve innestare radicali cambiamenti per aprire tutti i campi e per investire sulla intelligenza e la creatività dei ragazzi italiani.

L’ultima parola è qualità.

Puntare sulla qualità significa puntare sull'eccellenza italiana, sulla parte alta della filiera produttiva, dove contano di più la creatività e il capitale umano.

Significa investire in conoscenza. Scuola, università, ricerca, innovazione, cultura.
Significa valorizzare la capacità di produrre o di inventare cose che piacciono a un mondo voglioso di qualità. Significa valorizzare l’originalità italiana, ciò che ci rende unici al mondo e che non può essere imitato: il nostro patrimonio culturale, il nostro ambiente, i nostri territori e le loro ricchezze.

Dare un contenuto nuovo a queste parole significa mettere in campo il nostro riformismo per cambiare l’Italia e contrastare la conservazione.

Per questo serve accelerare la costruzione del partito.

Un partito che coltiva le diversità culturali al suo interno come una ricchezza, ma che cerca e trova la sintesi. Un partito laico e plurale. Un partito che fa della contaminazione tra le visioni del mondo e le culture politiche al proprio interno, un argine efficace contro tutti gli integralismi e i fondamentalismi, religiosi come ideologici.

E soprattutto un partito aperto. Che spalanca i propri gruppi dirigenti a quelle persone, soprattutto a quei giovani e quelle donne, che non hanno appartenenze precedenti e che hanno scelto di cominciare il loro impegno politico con il Pd.
Quelli che vorrebbero entrare e impegnarsi ma spesso non sanno nemmeno a che porta bussare e invece abbiamo un bisogno enorme della loro freschezza e delle loro energie.

Un partito in cui il rinnovamento necessario dei gruppi dirigenti non ha nulla a che vedere col "nuovismo" scelto dall'alto, ma significa valorizzare e investire sull'esperienza e sul radicamento territoriale di sindaci, di amministratori, di segretari provinciali e coordinatori di circolo, di parlamentari e quadri del partito.

Un partito che difende come oro la forza dei propri militanti, ma che sa anche che nella società di questo secolo esistono altre forme di partecipazione a un progetto politico, meno stabili ma non per questo meno vere e appassionate.

Un partito capace di affiancare nelle sue scelte gli iscritti e gli elettori, attraverso lo strumento irrinunciabile delle primarie.

Gli elettori del Pd non sono estranei, sono parte di noi. Sono quelli che arrivano nelle grandi mobilitazioni civili, che ci sostengono nelle campagne elettorali, che riempiono le piazze e i comitati.

Poi un partito nazionale e federale insieme che, dentro una missione unitaria, lasci ai partiti regionali risorse finanziarie, autonomia politica e statutaria nella scelta del modello organizzativo, delle alleanze, dei candidati, delle priorità programmatiche.

Un partito infine radicato sul territorio, che vuole avere un circolo in ogni paese, in ogni quartiere con una sede aperta.
Circoli che non siano solo luoghi per misurare i rapporti di forza nei congressi o per comporre organi e giunte, ma che si occupino del territorio e dei problemi delle comunità locali in cui sono. Circoli come antenne per ascoltare e capire l'Italia. Circoli che sono nati liberi e vogliono restare liberi.

Un Patto con i Circoli: questa è la mia proposta per il congresso. Un Patto che rispetti la pluralità di culture che arricchiscono il partito. Che non le teme. Che non cerca di fare prevalere una identità sulle altre.

L'arcipelago di storie e provenienze che sostengono la mia candidatura non è un limite è una ricchezza.

Sarà mia la responsabilità di fare sintesi, e di trasformare in un messaggio condiviso e unico questa varietà di posizioni.

Che sono però la migliore garanzia che il Partito Democratico resterà fedele all'idea che l'ha fatto nascere.

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